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Paolo Rossi "Il Mistero Buffo"...Pop.. PDF Stampa E-mail

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Lunedì 14 agosto 2011 21,15

PAOLO ROSSI

Mistero Buffo di Dario Fo

Ingresso Euro 20,00 + 2,00  Ridotto Euro 18,00

 

“Il mio Mistero buffo è un cabaret pop”

“Erano anni bui quelli in cui Il mistero buffo di Dario Fo vedeva la luce, una Milano di piombo prima che da bere. Ora, tramontate entrambe, dopo un quasi svagato girovagare per grandi piazze e piccoli centri, scuole e teatri d'Italia, Paolo Rossi giunge nel capoluogo lombardo e, con base al Piccolo, fa i conti con il proprio maestro e con un testo arduo da rappresentare: per il modello di riferimento, per la non-lingua usata (l'impossibile, inesistente grammelot), per le nubi che ogni volta si addensano su chi da noi tocca il tasto della religione. Ora come allora, infatti, tutto ruota intorno alla figura di Cristo e a quanto ne raccontano i Vangeli, apocrifi, agnostici, ufficiali, contaminati tra loro e con il nostro presente. «Uno spettacolo di cabaret che mescola parole e musica (eseguita dal vivo). Che fonde cultura alta e bassa. Che dal passato apre continui link con il presente». Molti i misteri da raccontare, non solo quelli sacri. «In Italia dal ‘70 a oggi ne sono accaduti tanti, e non tutti buffi...». È questo insieme che Rossi definisce pop. Da qui il titolo del «suo» spettacolo: Il Mistero buffo di Dario Fo (Ps: nell'umile versione pop), omaggio e scusa nel contempo. Ma pur sempre teatro popolare, degli oppressi che sbeffeggiano i potenti, monologo grottesco, giullarata. Con il premio Nobel Rossi ha mosso i primi passi negli Anni Settanta, lo considera il suo maestro e a questo testo di sentiva come predestinato. «Fin dalla prima sera mi è parso di averlo sempre recitato Sarà che lo avevo recitato già così tante volte nella mia testa». Per staccarsene e lavorare senza soggezione ha scelto una regista giovane, Carolina De La Calle Casanova, che non ne ha mai visto la versione originale. «È inevitabilmente diverso da quello di Dario, che per altro continua a dire di non aver ancora finito di scriverlo». E poi c'è la questione fisica. «Lui è un trampoliere e io... Lui attraversa il palcoscenico con tre passi, è in surplace; supplisco in velocità. Ma alcune sue cose proprio non posso farle». Quanto alla lingua, altro caposaldo dell'opera, non è quella di Fo ma «le sette che non parlo, quelle di pura sopravvivenza con cui mi esprimo all'estero».
Doveva andare a Sanremo con Mistero buffo, Rossi. «Lo racconto anche nel prologo: mi hanno telefonato, poi non mi hanno più telefonato e quando gli ho chiesto “perché non telefonate più” mi hanno detto che aveva telefonato uno di non telefonarmi più. Non faccio lo snob: ho recitato ovunque, dai night con strip al teatro Greco di Taormina, sarebbe stata una platea importante, per me e per il teatro tutto. Sanremo è la cosa più sacra di questo Paese. Mi fermo davanti alla colomba bianca, di Nilla Pizzi. Ma basta lamentarsi e atteggiarsi a eroi. In questo Paese altri lo sono, non certo noi giullari, che più ci censurano e – per paradosso – meglio stiamo».” Da LA STAMPA (30/04/2011)   - Adriana Marmiroli 

Ultimo aggiornamento ( domenica 14 agosto 2011 )
 
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